Tragedia Crans Montana : è il capitalismo, bellezza !
Quello che sta emergendo come cause (e concause) della tragedia di Crans Montana ha dell’incredibile anche se ad eventi del genere – in Italia e non solo – ci ha “abituato” la sequenza di infortuni, mortali e gravi sul lavoro, in particolare quelli collettivi.
La particolarità dell’evento ricorda situazioni ancora più tragiche nelle fabbriche di abbigliamento indiane e del Bangladesh (per fermarci a quelle), condizioni di insicurezza estreme : 124 morti in un incendio il 27.11.2012, 1.100 morti nel crollo del “Rana Plaza” il 24.04.2013 come 16 morti, sempre a Dacca sempre in una azienda chimico-tessile non più tardi del 16 ottobre 2025.
In questo caso, oltre al luogo e alle vittime “occidentali”, pesa il paradosso della morte durante un momento di divertimento, con un incendio iniziato per “banalità” e propagatosi in tempi che non hanno reso possibile la fuga delle numerose persone (molti minorenni), vie di fuga sbarrate o inadeguate.
Ma le morti sul lavoro (inclusa quella di almeno un dipendente del locale) non sono meno “paradossali” anche se spesso ipocritamente “vestite” come “vittime del dovere” o del “servizio” come se ciò contenesse una giustificazione o una “nobilitazione” di quel destino. Pensiamo anche all’esplosione di Calenzano del 9.12.2024 chiaramente dovuta ad interventi di riparazione svolti in contrasto con le più elementari norme di sicurezza particolarmente dovute in un impianto ad incidente rilevante …. che certamente si cercherà di addebitare ai lavoratori stessi e non ai vertici aziendali.
Per la tragedia di Crans Montana sono stati individuati i principali fattori che hanno sicuramente determinato l’evento dall’ “errore umano” iniziale (la stupidità vestita di presunto divertimento … alcoolico) alle vere cause : l’inadeguatezza strutturale dei locali ove si svolgeva la “festa” rispetto al numero e alle caratteristiche degli occupanti.
Mancanza di uscite di sicurezza dedicate (una unica entrata/uscita “normale”), struttura edilizia senza caratteristiche di resistenza al fuoco adeguate per permettere la fuga, probabile eccesso di persone presenti per massimizzare il profitto.
Ora ci si concentra sulle responsabilità dei proprietari del locale ma si tratta solo di parte dei soggetti dentro quella “banalità del male” di una struttura sociale “malata” dalla ricerca del profitto e allergica ad elementari regole di prevenzione viste solo come un costo immotivato.
Ognuno, nella catena che ha reso possibile tale evento (a partire da chi ha progettato/ristrutturato il locale fino a chi lo ha autorizzato) ha agito – o non agito – senza alcuna volontà “soggettiva” di far del male in “buona fede”, ma l’imperizia come l’inerzia accumulate fino alla “banale” azione di un gioco pirotecnico impropriamente posto su una bottiglia di spumante o altro e “innalzata” fino a lambire il soffitto, appiccare le fiamme mentre i presenti ballavano e filmavano con il cellulare ciò che li avrebbe uccisi o feriti.
Emergono anche particolari circa i controlli effettuati che non avrebbero prodotto interventi di adeguamento o limitazioni d’uso, è già stato detto da chi si occupa di prevenzione antincendio che i casi sono due : o i controllori si sono voltati dall’altra parte (o la loro azione non è stata efficace) o in Svizzera le norme non sono allineate a quelle di un paese avanzato.
Come pure gli interventi di avventori che si erano resi conto che quel locale non aveva caratteristiche adeguate ma hanno preferito non intervenire per timore di essere accusati di gridare “al lupo” immotivatamente o messi in mezzo in un contenzioso con la proprietà sicuramente dotata di maggiori strumenti legali.
Per il lato della responsabilità pubblica, forse in Svizzera, come in Italia, vigono norme di “semplificazione” (i “lacci e lacciuoli” delle regole che impediscono la “libera iniziativa economica privata”) per superare la “burocrazia” pubblica e poter iniziare “un’attività in un giorno” basta compilare una SCIA (Segnalazione certificata di inizio attività) sul web autocertificando che tutto è in regola con le norme e contando sulla impossibilità (data la riduzione del personale tecnico pubblico) di controlli puntuali ed estesi.
Succede qualcosa, lavoratori/lavoratrici sono danneggiati ? Prima dovranno dimostrare di non avere colpa e poi ci saranno mille sotterfugi o mille incagli procedurali che evitino non tanto la “giustizia” in senso generico quanto la chiara individuazione delle responsabilità di tutti i soggetti tenuti a garantire condizioni di lavoro (ma anche di vita) sicure e salubri.
In Italia il tutto in spregio all’art. 41 della Costituzione che, nel riconoscere la iniziativa economica come libera (siamo in una economia capitalista …) prevede la definizione di norme che la limitino proprio in funzione della sicurezza, della dignità e della tutela ambientale.
Parte di queste norme esistono ma la loro applicazione – da parte di tutti i soggetti della prevenzione – è resa ardua da molteplici cause : la debolezza dei lavoratori, la insufficienza dell’intervento di controllo pubblico, l’abusivismo e l’elusione delle norme per “risparmiare” sui costi, procedimenti giudiziari inadeguati, modifiche normative di facciata come la patente per parte delle imprese ecc.
Se abbiamo avuto un periodo in cui visivamente vi è stata una riduzione degli infortuni (da numeri ben superiori a quelli odierni) è stato proprio quando i lavoratori e le lavoratrici hanno alzato la testa, preteso e ottenuto diritti e norme ma soprattutto hanno saputo mettere “sotto processo” il modo di produrre capitalistico affermando che “la prevenzione si fa con l’impiantistica” ovvero progettando, realizzando e mantenendo luoghi di lavoro (e di vita) a misura dell’uomo e della donna e non della produzione sempre e comunque come pure del profitto.
Sembra di essere al punto di partenza, quando Engels nelle “Condizioni della classe operaia in Inghilterra” segnalava che – in quelle condizioni storiche – l’unica limitazione allo sfruttamento assoluto della forza lavoro erano norme limitanti la “libertà della iniziativa economica”. Le norme ci sono per “addomesticare” il capitalismo ma questo è ben più scaltro e veloce ad aggirarle a partire dalla “emigrazione” di produzioni tossiche in luoghi “più favorevole” (come lo spostamento delle produzioni di PFAS – con gli stessi impianti – dalla ex Miteni di Trissino all’India della prossima Bophal in minore: non ci sarà una strage improvvisa ma una lenta e inesorabile contaminazione dei lavoratori e dei residenti esposti tramite l’ambiente e la filiera alimentare).
Ciò ci ricorda che non esistono “diritti acquisiti” per sempre ma occorre esigerli e applicarli sempre perchè qualcuno è sempre pronta a cancellarli, un po’ per volta, sia il ritorno di un “capitalismo selvaggio” anche nei paesi “avanzati” che si era solo nascosto dietro la formale accettazione delle norme sia governi accondiscendenti e sotto “scacco” di realtà multinazionali ben più potenti.
Il tutto in un contesto ove le guerre tornano ad essere una azione politica “accettata” e a cui ci stiamo abituando, facendo lo scongiuri di non venir coinvolti, mentre oggi iniziano i “saldi” post natalizi.
Dovremmo chiederci (e risponderci) se di fronte a tutti questi eventi intendiamo essere spettatori inerti o protagonisti dell’inversione di tendenza di una barbarie che ci sta’ portando verso il collasso ambientale e sociale.
a cura di Marco Caldiroli – Tecnico della Prevenzione























