Aver resistito per 50 anni non è da tutti, anche se arriviamo a questo appuntamento un po’ stanchi e non numerosi come associati, il solo arrivarci significa che le motivazioni che hanno determinato la nostra nascita permangono. Nei prossimi mesi dovremo capire se la nostra resistenza non sia solo un incartapecorimento, ma vi sono segnali recenti che fortunatamente ci danno incoraggiamento-
Certamente il contesto sociale, politico e culturale è mutato, allora si era in un momento di abbrivio dei movimenti che volevano cambiare tutto e, anche se non si è arrivato a quello, si ottenne una estensione dei diritti (statuto dei diritti dei lavoratori, chiusura dei manicomi, leggi sulla interruzione della gravidanza, riforma sanitaria per citarne alcuni) sui cui “interessi” ancora viviamo pur con tutti gli attacchi in particolare nel recente passato e attualmente.
Se rileggiamo il testo di apertura di Maccacaro al primo congresso e lo confrontiamo con la situazione attuale possiamo misura la distanza tra allora ed oggi ma sarebbe fuorviante proprio perché il mondo è cambiato, vi sono nuove sfide e nuove esigenze.
Nel nostro “mito fondatore” emergono due figure rappresentative, Giulio A. Maccacaro e Luigi Mara, è l’incontro tra le realtà che ognuno rappresentava e le personalità che incarnavano che ha modellato l’impostazione di Medicina Democratica. Incontro tra chi intendeva riformare la professione medica e la visione della salute nella società di allora e chi concretamente agiva affinchè la classe lavoratrice fosse leva per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti, dalla sicurezza e igiene del lavoro alla salubrità ambientale come alle condizioni sociali quali determinanti di salute.
Una delle prime sfide “esterne” di Medicina Democratica fu, sempre 50 anni fa, il crimine di Seveso ove gli indirizzi del primo congresso si confrontarono con le dinamiche sociali di allora e i problemi tecnico-ambientali pienamente attuali da un lato e che si contribuì a cambiare. Ed entrambe quelle personalità furono pienamente coinvolte in quella vicenda.
Penso in particolare al contributo di Luigi Mara e di quelle realtà autoorganizzate di lavoratori che misero in discussione la condanna alla nocività per il salario. In una parola l’affermazione che “la prevenzione sia fa con l’impiantistica” ovvero che occorre progettare, realizzare e mantenere i luoghi di lavoro in modo che si adattino alle esigenze umane e non viceversa così come la scienza medica deve essere “umanista”. Maccacaro si è battuto per questo ma non per un “umanesimo” generico, ma come un diritto forte, oggettivamente conflittuale con le condizioni sociali, di classe avremmo detto allora e anche oggi.
La lettura della evoluzione epidemiologica nella storia riferita ai lavoratori ce lo ricorda Maccacaro: dalle malattie epidemiche su cui la scienza medica si è concentrata in particolare durante la rivoluzione industriale per garantire una forza lavoro sufficientemente sana per reggere i ritmi e le esigenze continuativa della produzione alle nocività contemporanee ampiamente rappresentate dalle malattie professionali di medio e lungo periodo, dai tumori professionali alle patologie muscolo-scheletriche e, meglio riconosciute negli ultimi tempi, quelle stress-lavoro correlate.
E’ palese l’influenza sulla riforma sanitaria del 1978 di queste idee, che non erano solo di Medicina Democratica ma estese ai sindacati, alle altre realtà associative e permearono i partiti di sinistra. Universalità di accesso, gratuità e partecipazione alla base dell’indirizzo politico della riforma e la prevenzione primaria come prioritario obiettivo della funzione pubblica del servizio sanitario nazionale sono lì a ricordarcelo.
Ogni avanzamento sociale non è mai “acquisita” il cambio dei paradigmi sociali tende a trascinare, a rimettere in discussione, quelle conquiste.
Un mondo fatto di rapporti di lavoro precari e senza o con pochi diritti ha tolto la voce e la capacità di azione dei lavoratori nel mondo occidentale. La sferza del capitale, nelle diverse forme comprese quelle più sfacciate con il ritorno di imperialismi espliciti come quello USA, si è scaricata sui cosiddetti paesi emergenti e il percorso delle condizioni dei lavoratori da un lato e del peso delle potenze economiche, oramai svincolate dalla forma statale, si è riprodotto percorrendo nuove strade che da un lato hanno fatto emergere la crisi ambientale planetaria e dall’altro hanno promosso il ritorno alla guerra come forma di imperio politico ed economico in un mondo oramai multipolare.
Tra spinte alla autonomia differenziata, decreti delegati del governo a sé stesso per mettere ulteriormente mano alla riforma sanitaria senza andare a toccarla direttamente ma svuotandola dall’interno per non dire dell’attacco alla Costituzione attraverso la messa in discussione della magistratura e anche agli elementari diritti a manifestare ed esprimere la propria opinione.
Per non dire di quei campi di concentramento costituiti dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio.
Nel nostro Congresso precedente, nel 2022, contavamo che la pandemia, anzi la sindemia, avesse aperto gli occhi sullo stato catastrofico del servizio sanitario nazionale anche a chi ci governava. Oggi non abbiamo neanche quella, lo strumento del PNRR che doveva rilanciare la medicina territoriale è al palo e sentiamo troppo spesso la litania del salviamo la sanità senza proposte che invertano lo svuotamento dall’interno della riforma sanitaria.
Non possiamo, non per spirito di polemica ma perché è un dato oggettivo, non dimenticare che l’indebolimento della riforma sanitaria è stato condotto anche dai governi del centro sinistra, ed è rappresentato solo in parte dal definanziamento progressivo del fondo sanitario nazionale. Quello che più è pesato è l’incapacità di mantenere un indirizzo nazionale di diritti (la riforma aveva tra gli obiettivi il superamento delle diseguaglianze tra le diverse aree della nazione) e la progressiva estensione delle diverse forme di “sanità integrativa” sempre più “sostitutiva”, con un ruolo in questa vicenda anche da parte dei principali sindacati con forme di welfare aziendale che da modalità di sostegno mutualistico sono diventate di salario ma fonte di diseguaglianza tra le persone richiamando il sistema ante riforma.
Mi ha colpito, nel consiglio regionale a metà gennaio in Lombardia, l’accusa della Lega ai consiglieri di centro sinistra accusati di una “battaglia di retroguardia” nel voler rilanciare la sanità pubblica, ma quale è la proposta della maggioranza lombarda ?
Quella che contrastiamo da anni e, nell’ultimo periodo, con maggiore efficacia : indebolimento della sanità pubblica lasciando che i privati occupino gli spazi lasciti liberi, mancanza di pianificazione, intramoenia prima “allargata” ed ora in versione “super” ovvero cavallo di troia della sanità integrativa nel pubblico, producendo gli effetti più evidenti in liste d’attesa bibliche. In soldoni il ritorno a mutue e assicurazione e alle corrispondenti diseguaglianze.
Mi è capitato di paragonare questa situazione ricordando che la regina Maria Antonietta di fronte alle proteste perché il popolo non aveva il pane, secondo l’aneddotica storica, avrebbe invitato a mangiare brioche. Beh, Fontana con la sanità fa qualcosa di simile, di fronte alla difficoltà di avere una prestazione in tempi decenti invita le persone a farsi una assicurazione così da sveltire il tutto, come se tutti potessero permettersi una delle diverse forme di sanità integrativa.
In Lombardia abbiamo promosso assieme ad altre realtà la rete della Lombardia SiCura e la manifestazione del 11 aprile qui a Milano, con 10.000 persone reattive è un primo e fondamentale momento di inversione della direzione privatistica. A livello nazionale abbiamo condiviso e sosteniamo i contenuti della piattaforma dei 16 punti, che verrà illustrata qui, che non intendiamo come una sorta di Tavole della legge da accettare rigidamente e perseguire ma come un riferimento politico e culturale che cerca di tenere assieme in modo coerente tutte le criticità e proporre un percorso per superarle. E’ il confronto su contenuti radicali quanto rigorosi che ci ha sempre interessato ed è il coinvolgimento di altre realtà che, nell’attuale contesto, è condizione indispensabile per costruire una prospettiva concreta per raggiungere quegli obiettivi. E’ la continua discussione e approfondimento aperto che potrà dare le gambe ai contenuti della piattaforma, sono i contenuti che contano e sui quali vogliamo confrontarci ben sapendo le differenze e le distanze.
Anche 50 anni fa Medicina Democratica espresse una visione critica sui contenuti della riforma sanitaria in formazione ma ne appoggiò la approvazione in quanto l’approccio era nella direzione della piattaforma di allora della nostra associazione.
In particolare la priorità affermata nelle funzioni, per definizione con preminenza pubblica, della sanità è quella della prevenzione primaria, l’intervento sui determinanti di salute prima che condizioni di nocività determinino o accelerino patologie e peggioramento della qualità di vita individuale come collettiva.
Tema emergente, anche in sanità, è l’intelligenza artificiale, Maccacaro spingeva per l’introduzione del “calcolo elettronico” in epidemiologia per migliorare la comprensione delle dinamiche della salute collettiva e per meglio attrezzarsi per affrontarle in modo partecipato. Significava che il potenziamento dell’informazione e del trattamento dei dati non era vista come fine a sé stessa, semplice elemento tecnico e incremento di produttività, ma che andava indirizzata in ambiti utili alla collettività e ad una migliore capacità di leggere la realtà da cui partire per modificarla.
Se l’algoritmo della IA è predominato da obiettivi di profitto e quindi di sopraffazione, inclusi i conflitti, sarà principalmente uno specchio dei limiti della dinamica sociale del momento, accelerandone, rafforzandone e condizionandone ulteriormente la direzione eterodiretta.
Se il diritto alla salute e il bene comune sanità soffrono, i determinanti ambientali e relativi alla sicurezza sul lavoro non se la cavano bene. L’unico periodo in cui vi è stato un significativo decremento di infortuni, mortali e non, è stato quel periodo di lotte perché quello era un obiettivo condiviso sia nei luoghi di lavoro che nella società, connettendosi con le prime lotte ambientaliste e un approccio sistemico e scientifico della conoscenza e coscienza popolare (ricordo lo strumento delle mappe di rischio come l’esperienza degli SMAL, anche prima del passaggio delle competenze in materia di sicurezza dall’ispettorato del lavoro alle USSL, capace di permeare l’istituzione sanitaria con il confronto soprattutto con i lavoratori e le loro rappresentanze prima di una semplice, ancorchè necessaria, verifica del rispetto del dettato normativo.
Medicina Democratica si è caratterizzata dalla metà degli anni ’90 anche nel tentativo di migliorare la giurisprudenza in ambito lavorativo e ambientale. Siamo stati e siamo parte civile in numerosi significativi processi che hanno caratterizzato gli ultimi 30 anni, dalla strage operaia di Porto Marghera e all’ecocidio della laguna di Venezia, alle alterne vicende sulla esposizione all’amianto (non solo processi eternit ma i numerosi procedimenti ove i lavoratori non si accontentano di un indennizzo ma si vuole arrivare alle responsabilità) all’amianto del nostro secolo, i PFAS e la vicenda Miteni con la sentenza di primo grado di eccezionale valore, ma anche da innumerevoli situazioni di sostegno alle realtà locali per evitare nuovi o ampliamenti di impianti ad elevato impatto ambientale, da inceneritori a centrali termoelettriche, ricordo solo il recentissimo caso della sentenza, ad oggi favorevole, relativa alle Fonderie Pisano di Salerno.
Ma anche sul tema ambientale l’erosione dei diritti diventa perdita di salute, pensiamo alle mancate bonifiche in particolare nei siti di interesse nazionale, come alla erosione del green deal europeo rimangiandosi uno dopo l’altro gli obiettivi previsti, significativi nel contesto della realtà economica e produttiva del capitale, insufficienti in termini di riconversione ecologica e comunque necessari.
La stessa vicenda PFAS ha fatto emergere i limiti della regolamentazione sulle sostanze chimiche (regolamenti REACH e CLP) sui quali, a suo tempo, abbiamo sottolineato le criticità, ma norme comunque da sostenere rispetto al tentativo USA di imporre riduzioni nelle tutele che ci interessano tutti.
L’indebolimento di questi obiettivi, ancor più accentuati dalla deriva riarmista (a spese dello stato sociali e sicuramente anche dei diritti delle persone), produce un acceleramento della distruzione delle condizioni delle nostre esistenze materiali mettendo in discussione le condizioni di base di vita del pianeta. La guerra accentua le sue dimensioni criminali distruggendo volutamente strutture sanitarie da un lato e mostrando la nudità della scelta fossile
Concordo con chi ha ricordato che non ci salverà semplicemente l’acquisto di una auto elettrica ma un cambio di paradigma, la riconversione ecologica che, riteniamo, fondata in particolare sulla corretta concettualizzazione e attuazione della “economia circolare”, e qui posso richiamare un’altra persona che ha segnato l’ambientalismo Barry Commoner con un testo come il “Cerchio da chiudere” che è proprio di quegli anni (1972).
Se 50 anni fa era il contesto sociale che spingeva verso l’affermazione di una estensione dei diritti forte di un comune sentire anche tra differenze, Medicina Democratica coglieva le realtà e gli obiettivi più avanzati. Oggi, in un contesto frammentato e indebolito, la nostra resistenza ed esistenza è utile non solo perché da tempo abbiamo scelto da che parte stare nel dilemma “salute o profitto”
Non intendiamo solo mettere a disposizione la nostra storia e l’accumulo di esperienze sulle condizioni che contribuiscono o mettono in discussione la salute ma necessariamente rimetterci in discussione a partire dalla cassetta degli attrezzi, delle modalità di intervento e di apertura alla partecipazione tenendo conto anche dei cambiamenti generazionali nella costanza di rigore scientifico affiancato all’esplicito sostegno di una parte, quella della salute e dei diritti.
Come Presidente non voglio andare oltre ad un richiamo della nostra storia per evidenziarne i meriti ancora attuali, il resto è il centro del dibattito della nostra associazione e va oltre il passaggio congressuale per essere soggetto di cambiamento tutti i giorni dei prossimi anni, speriamo altri 50 … almeno.
Marco Caldiroli – 17 aprile 2026























